Chi erano gli "scemi di guerra"

Durante e dopo la Prima Guerra Mondiale migliaia di soldati furono ricoverati per disturbi mentali: negli ospedali si trovavano reduci estraniati e muti, che camminavano come automi, con i muscoli irrigiditi. La gente li chiamava ingiustamente “scemi di guerra”. Ma chi erano davvero?

 

Le cartelle cliniche parlavano di “tremori irrefrenabili”, di “ipersensibilità al rumore”, di “uomini inespressivi, che volgono intorno a sé lo sguardo come uccelli chiusi in gabbia”, che “camminano con le mani penzoloni e piangono in silenzio” o che “mangiano quello che capita, cenere, immondizia, terra”.

 

Questi quadri clinici suscitarono subito l’interesse degli psichiatri, specialisti allora emergenti (in Italia erano stati riconosciuti ufficialmente nel 1872 ed erano diventati molto influenti a partire dal 1904, grazie alla legge che istituiva i manicomi). Su Lancet, tra le riviste mediche più autorevoli, nel 1915 lo psicologo Charles Myers usò per la prima volta l’espressione shell schock “shock da bombardamento”o, come lo chiameremmo oggi, disturbo da stress post-traumatico.

 

Myers ipotizzava che le lesioni cerebrali fossero provocate dal frastuono dei bombardamenti oppure dall’avvelenamento da monossido di carbonio. Ma presto fu chiaro che alla base di questi disturbi c’era qualcos’altro, dal momento che i sintomi si manifestavano anche in persone che non si trovavano in prossimità di bombardamenti.

 

l neurologo francese Joseph Babinski nel 1917 attribuì i sintomi a fenomeni di isteria, disturbo che si riteneva diffuso solo tra le donne (isteros significa utero, in greco). Suggerì quindi di curarlo come allora si trattava l’isteria femminile: con l'ipnosi E in effetti i trattamenti talvolta funzionavano, nel senso che i sintomi scomparivano o si riducevano. Si diffuse perciò l’idea che questi quadri clinici fossero frutto di simulazioni, messe in atto per non combattere ed essere congedati.

 

Il che diede il via libera all’accusa di “femminilizzazione” o di “omosessualità latente”, e a una serie di trattamenti di tipo decisamente
punitivo, come le aggressioni verbali e le “faradizzazioni”, forti scosse di corrente elettrica alla laringe (in caso di mutismo) o alle gambe (in caso di immobilità).

 

«Questa disciplina feroce fu messa in atto soprattutto in Italia, dove persistevano atteggiamenti ispirati alle idee di Cesare Lombroso, che classificavano il malato come un essere inferiore, un soggetto debole e primitivo», sottolinea Bruna Bianchi, studiosa della Grande guerra presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e autrice di La follia e la fuga (Bulzoni editore).

 

«Inoltre, in un Paese in cui la leva era obbligatoria, non si voleva attribuire alla guerra la causa del disagio psichico: meglio sostenere che il conflitto contribuiva a rivelare devianze o degenerazioni in individui già predisposti».

 

Anche per questo in Italia quella dei traumi psichici conseguenti alla Grande guerra fu una pagina presto chiusa e rimossa. E se circa 40.000 uomini con disturbi mentali finirono rinchiusi nei manicomi statali, una quantità ben più numerosa fece ritorno a casa e in quelle condizioni fu accolta dalle loro famiglie.

 

E fu qui, anche per prendere le distanze dal carico emotivo di quegli sguardi assenti e per poter ricominciare a vivere dopo il trauma collettivo dell’esperienza bellica, che la gente prese a chiamare quei giovani uomini con un termine feroce e ingiusto: “scemi di guerra”.

 

Fonte: focus.it

Quando hai la febbre alta

La malattia può rivelare la desolazione e i "deserti dell'anima, ma può anche essere occasione di grazia, scriveva Virginia Woolf.

Il mondo ci richiede di essere veloci, efficienti, competitivi e produttivi. Una modernità questa, che taglia fuori tutto ciò che non è monetizzabile.
Nessuno ha più il tempo di soffermarsi a guardare il cielo, il sole, la natura...
Eppure siamo umani!

In un celebre saggio della fine degli anni ’20 dal titolo "Sulla malattia”. Virginia Woolf si chiede e ci chiede se quando siamo malati: la malattia ci accade, ci cade davanti o siamo noi a caderci dentro?
Quando ci ammaliamo sembra che le maglie del mondo improvvisamente non tengano più, quello che eravamo ieri ci sembra di non esserlo più e nello stato alterato della febbre, della tristezza o della paura iniziamo a farci le domande nuove, a ricordare fatti che pensavamo di aver dimenticato, percependo la vita in una maniera alterata, al tempo stesso, distorta rispetto a quando siamo immersi nella routine, ma per qualche ragione più vicina alla Verità.
Scrive a tal proposito Virginia:

"Con la malattia la simulazione cessa. Appena ci comandano il letto, o sprofondati tra i cuscini in poltrona alziamo i piedi neanche un pollice da terra, smettiamo di essere soldati nell’esercito degli eretti; diventiamo disertori. Loro marciano in battaglia. Noi galleggiamo tra i rami nella corrente; volteggiamo alla rinfusa con le foglie morte sul prato, non più responsabili, non più interessati, capaci forse per la prima volta dopo anni di guardarci intorno, o in alto - di guardare, per esempio, il cielo".

Quella che certamente è una "disgrazia", la malattia, si rivela anche per certi versi uno stato di grazia, un cambiamento di postura e di prospettiva che modifica la nostra percezione del reale e che ci dà la possibilità di guardare dove non abbiamo guardato e dove gli altri, gli eretti, vigili, indaffarati, ossessionati dal profitto, non hanno occasione di guardare.

Vista così, la febbre può rappresentare un'opportunità per essere più lucidi. 😉

Ho incontrato Dio sul treno delle cinque


“Ho incontrato Dio sul treno delle cinque”,

 

così esordisce John Keynes, un noto economista, dopo un casuale incontro con Ludwig Wittgenstein durante un viaggio verso l’Inghilterra.

 

Quella di Wittgenstein è la vita tormentata di un genio dall’intelligenza altissima e difficile da gestire, tanto che durante la discussione della tesi di dottorato, diede una pacca sulla spalla agli esaminatori replicando: “non fatene un dramma, so che non la capirete mai”.

 

Si riferiva al celeberrimo Tractatus logico-philosophicus che proponeva di tracciare il confine delle proposizioni sensate e vere.

 

Laureato in Ingegneria, padrone della matematica e della logica, oltre ad essere il filosofo del linguaggio per eccellenza, Wittgenstein era un mistico affascinato dalla vita monastica, Forse malato di una qualche forma di autismo, quando parlava dei suoi studi, dava le spalle al pubblico - probabilmente perchè era sempre in disaccordo su tutto con tutti.

 

Frequentarlo era tutt'altro che facile. Umorale e introverso, aveva diverse fobie, fra cui quella per gli insetti. Inoltre, aveva una serie di comportamenti bizzarri non facili da sopportare per chi gli stava vicino. Ad esempio, lavava i piatti nella vasca da bagno, e puliva il pavimento cospargendolo di foglie di tè bagnate che poi scopava via; camminava in un modo tanto esagitato che in un soggiorno in Irlanda i vicini gli impedirono di attraversare i loro campi, perché spaventava le pecore; Oppure, indossò per anni l'uniforme dell'impero austro-ungarico, ormai inesistente. Ma si potrebbe andare avanti a lungo.

 

Reduce dalle trincee della Grande Guerra e ricchissimo di famiglia, aveva rinunciato all'eredità per fare prima il maestro elementare in una località di montagna, poi il giardiniere in un convento. Ovunque andasse faceva parlare di sé per genio e stravaganza ma il suo lascito più grande resta la riflessione sul tema del linguaggio e il suo rapporto col mondo, il cui compito è quello di ricondurre le parole all'impegno quotidiano mostrandone i significati "in molteplici giochi linguistici".

 

Il suo pensiero passa necessariamente attraverso le sue opere, ben intesi – di difficile lettura ma non impossibile. Basta non immaginarselo mentre ci da una pacca sulla spalla!

Cosa c'entra Frank Zappa con il pregiudizio?

Ciò che è sconosciuto o insolito viene percepito dalle persone come una minaccia perché non abbiamo categorie in cui porlo.

Quando incontriamo qualcosa di nuovo, ignoto, cerchiamo di renderlo familiare, riducendo la complessità in somiglianza ma questo atteggiamento comune può essere la genesi del pregiudizio.
Per capire meglio questo processo vorrei raccontarvi un aneddoto su Frank Zappa.
Negli anni Sessanta una rete californiana mandava in onda uno spettacolo condotto da un certo Joe Pine, famoso per l’atteggiamento aggressivo che usava regolarmente con i suoi ospiti in trasmissione, quasi tutti attori e cantanti marginali in cerca di un po' di pubblicità. L'obiettivo del conduttore era quello di provocare volutamente gli ospiti, con lo scopo di metterli in imbarazzo e in ridicolo. Secondo alcuni, questa sua aggressività era dovuta, almeno in parte, a una grave minorazione, una gamba amputata che l’avrebbe reso particolarmente acido e ostile.
Una sera venne ospite della trasmissione Frank Zappa, musicista rock. Era ancora il periodo in cui gli uomini con i capelli lunghi suscitavano indignazione. 
Ora voi direte che cosa c'entra questo racconto con i pregiudizi?
Lo capirete da quello che fu il loro primo scambio di battute.
Pine: "Dai capelli lunghi si direbbe che lei è una ragazza"
Zappa: "Dalla gamba di legno si direbbe che lei è un tavolino.
A volte avere una visione miope della realtà sacrifica il vero significato di ciò che stiamo guardando.

Dalle domande che ti fai dipende la vita che farai

Il disagio psichico non è originato solo da un disordine delle emozioni - di cui si occupa anche una branca della psicologia - ma è determinato anche da idee sbagliate che abbiamo in testa o da una cattiva impostazione dei problemi.

Da qui l'importanza di formulare meglio le domande, perché queste, se mal formulate, determinano una visione del mondo sbagliata e non idonea al comportarsi nel mondo.

Questa situazione si colloca nell'ambito della consulenza psicologica e ritengo che lo psicologo, oggi, abbia il compito di rispondere alle richieste che le persone gli pongono, ma soprattutto il dovere di fare domande, intese come una formulazione corretta.

Questo perché a domande mal formulate, seguono risposte inadeguate, e quindi anche scenari inefficaci di risoluzione dei problemi…..Dalle domande che ti fai dipende la vita che farai sostiene Igor Sibaldi.

Lo psicologo in questo senso aiuta a porsi domande differenti per offrire un più funzionale sguardo sul mondo, slegato dal problema.

Posto che la maggior parte dei problemi non deriva dalle risposte che ci diamo ma dalle domande che ci poniamo (cit. Giorgio Nardone), mi auguro che queste poche righe possano stimolare nuovi interrogativi.

Le parole che fanno la differenza

"Sono incavolato nero",  "Sono depresso", "Mi va tutto male", probabilmente ci sarà capitato di pronunciare frasi come queste. Lo facciamo in automatico, senza pensare all’effetto che le parole che usiamo possono avere sul nostro modo di agire e di rapportarci al mondo.
Tutto quello che percepiamo, infatti, viene filtrato attraverso il modo in cui lo raccontiamo agli altri e quindi a noi stessi.
Se durante la giornata utilizziamo spesso parole come insicuro, depresso, arrabbiato, nostro malgrado mettiamo un’etichetta negativa a tutte le nostre esperienze, al punto da considerare disastrosa una situazione che è semplicemente diversa da come ce la saremmo aspettata.       
Impariamo ad analizzare il nostro modo di esprimerci e riflettiamo sulle alternative linguistiche possibili.
Per allenarci in questo senso, possiamo fare un elenco delle parole che di solito utilizziamo quando ci troviamo in difficoltà e sostituirle con parole altre.
Ad esempio arrabbiato con irritato; distrutto con affaticato, depresso con malinconico. Questo esercizio ci aiuterà ad analizzare e a tenere sotto controllo il nostro linguaggio, nonché verificare con mano quanto sia proprio il linguaggio che usiamo ad influenzare la realtà che viviamo e che non per forza subiamo.

Il potere di essere se stessi: quando la diversità è un valore e non una colpa

Il tema dell'identità di genere, troppo spesso, viene affrontato con moralismo e in modo approssimativo, ma le sue molte declinazioni meriterebbero una riflessione più precisa e attenta.

In tutto il mondo omosessualità, transessualità e identità di genere sono argomenti che toccano le coscienze e rimettono in discussione gli stereotipi che accompagnano le credenze legate alla mascolinità e alla femminilità - già a partire dalla prima infanzia.

Intorno ai 9 anni, infatti, i bambini, sviluppano sentimenti importanti come l'empatia, il senso di giustizia, la capacità di distinguere tra giusto e sbagliato.

Molti di loro ammettono candidamente che può essere difficile, frustrante, e a volte disorientante adeguarsi ai ruoli assegnati dalla comunità, e i più temerari si sforzano di superare le barriere di genere.

A. per esempio, è una bambina che ha vissuto i suoi primi 4 anni di vita come un maschietto ma era infelice. Oggi A. vive dal 2012 come una bambina transgender felice: “la cosa migliore dell'essere femmina” afferma, “è che adesso non devo più fingere di essere un maschio”.

Anche in Italia è cresciuto il numero di bambini delle scuole primarie che si pongono interrogativi sul proprio genere. Il gender è il risultato di una combinazione di fattori: i cromosomi X e Y, la psicologia e la cultura, ma talvolta gli individui nati con cromosomi e genitali di un sesso si rendono conto di essere transgender, ossia di avere un'identità di genere interiore affine all'altro sesso. In alcuni casi addirittura, le persone non si riconoscono in nessuna delle due categorie o rifiutano qualsiasi categorizzazione di genere

Non è una concezione così obsoleta, basti pensare che esistono lingue antiche che non contemplano il genere (niente “lui” o “lei”).

Potrebbe essere che liberarsi dal concetto di genere avvicini al fatto che ogni essere umano sia unico e straordinario?

Pensare e agire fuori dagli schemi

Le sfide che ci troviamo ad affrontare ogni giorno, nella nostra vita personale e professionale, diventano sempre più complesse e mutevoli; per riuscire a trovare soluzioni brillanti è necessario, quindi, un approccio differente, un approccio innovativo.

Questo implica che per avere successo, è fondamentale sviluppare le nostre capacità creative.

Imparare a pensare e ad agire fuori dagli schemi non è semplice; esistono però, accorgimenti che possono essere d'aiuto.

 

1) Prospettive multiple: osservare la situazione dà più punti di vista

Una delle caratteristiche delle persone più creative è la capacità di cambiare facilmente il proprio punto di vista e di cogliere prospettive inusuali.

È importante non fermarci alla prima definizione ma esplorare un problema da più punti di vista.

Come? Si può cominciare col rappresentare il problema in forma grafica per avere una visione più ampia e coglierne i diversi collegamenti. Successivamente si può tentare di scriverlo in almeno 5 modi diversi immaginando di doverla raccontare, per esempio, a differenti persone.

 

2) Approcci inusuali: mettere in discussione le regole

Qual è stata l'ultima volta in cui avete messo in discussione il vostro modo di pensare e quindi di lavorare?

Molte innovazioni di successo sono state concepite da persone che hanno avuto il coraggio di rompere le regole e creare qualcosa di nuovo.

 

3) Esperimenti dinamici: intraprendere vie alternative

Il coraggio di sperimentare nuove modalità, per svolgere le nostre attività professionali, può schiudere opportunità straordinarie.

In ambito sportivo, ad esempio, il salto in alto veniva  effettuato, fin dagli inizi dell' 800 con la tecnica della “sforbiciata”.  Dobbiamo aspettare il 1968 quando Dick Fosbury rivoluzionò il salto in alto mettendo a punto un nuovo stile: Fosbury saltava sulla schiena, e la sua intraprendenza gli ha consentito di conquistare l’oro olimpico e di entrare nella storia dell'atletica leggera.

 

Ora non ci resta che mettere in pratica questi suggerimenti perché, come ricorda Mary Lou Cook, essere creativi consiste “nell'inventare, sperimentare, assumersi rischi, rompere le regole, sbagliare e…. divertirsi”.

Per provare se avete colto questi semplici suggerimenti provate a collegare i nove punti dello schema qui sotto con 4 linee rette senza mai staccare la matita dal foglio ….su Fb Psicologia Bellini la soluzione.

 

E' proprio come sembra?

Tra gli errori di valutazione che gli esseri umani compiono, esiste quello di sopravvalutare le persone che si amano come i figli, partner e amici. Ancora più frequente è il suo opposto: sottovalutare chi non ci piace affatto. A volte diciamo, a proposito di qualcuno che disprezziamo: “ha avuto successo solo perché è stato aiutato/raccomandato”; mentre invece, parlando di qualcuno che apprezziamo: “è stato aiutato (ma se lo meritava)”. Utilizziamo, quindi, per la stessa situazione, due pesi e due misure a seconda della relazione che intratteniamo con il soggetto in discorso.

Questo è solo un piccolo esempio della tendenza ad essere miopi nei confronti delle persone che ci sono vicine;  nei confronti di chi è lontano o diverso da noi, invece, riusciamo a diventare persino crudeli. Sono decenni che la psicologia delle attribuzioni mostra quanto siamo bravi a ingannarci in questo senso. Per non rimanere vittime dei nostri autoinganni, dobbiamo osservare da più prospettive possibili tutto ciò che ci riguarda da vicino, cercando di comprendere le ragioni anche di chi è ostile o che non apprezziamo, ragionando per mezzo di logiche equidistanti.

Lo stesso vale per le nostre valutazioni: è necessario dapprima metterle in condizione di dimostrare effettivamente il loro valore; prima di allora dovremmo sospendere ogni giudizio.

 

Come sosteneva Seneca “spesso nel giudicare una cosa ci lasciamo trascinare più dall’opinione che non dalla vera sostanza della cosa stessa”.

Oliver Sacks, l'ultima lezione

-Un anno fa oggi ci lasciava Oliver Sacks, il compianto neurologo-scrittore che ha dedicato la vita a comprendere la mente umana-

Se ne parla malvolentieri, anche se si tratta per tutti di un appuntamento inevitabile. Eppure poco prima della sua scomparsa Oliver Sacks ha trovato un modo esemplare nell'affrontare la morte imminente. Gratitudine è una raccolta di quattro scritti di commiato del celebre neurologo. Sono scritti lucidi di toccante serenità che segnalano una vita ricca di affetti e lavoro, viaggi e scoperte. Sacks come dice il titolo, si dice grato, per quanto ha ricevuto dagli altri, ma anche per essere riuscito a dare qualcosa in cambio.

Quando scrive questa raccolta, Sacks ha 80 anni ed è ancora in discreta salute, tuttavia un anno dopo, scopre che il melanoma oculare, riscontrato tempo prima, è arrivato al fegato. Nel tempo che gli resta l'autore decide di continuare a ragionare, arrivare alla sostanza delle cose, e a provare a guardare la vita da molteplici punti di vista. Sulla paura di morire prevale sempre quel sentimento di riconoscenza cosmica di cui abbiamo letto: “sono stato un essere pensante su questo pianeta bellissimo, il che ha rappresentato di per sè un immenso privilegio è una grandissima avventura”.

La forza del suo pensiero ci continua a mancare.

Turpiloquio:  volgarità o sindrome di Tourette?

Forse sarà capitato anche a voi di imbattervi in soggetti in preda a contrazioni, improvvisi colpi di tosse, che fanno smorfie, gesticolano in maniera strana o imprecano e bestemmiano involontariamente.

La prima descrizione clinica di questa sindrome ce l’abbiamo nel 1885 quando George Gilles de la Tourette, neurologo francese, raccolse resoconti storici assieme ad osservazioni fatte su pazienti che manifestavano tali bizzarie. Questa malattia neurologica consiste in convulsioni esplicite contro o per riguardo la propria volontà; l’ “essere posseduto,” in questo caso, costituisce più di una metafora per chi ne è affetto.

La sindrome di Tourette colpisce una persona su mille ed è possibile trovare soggetti tourettici in ogni campo professionale: esistono medici, avvocati, infermieri, atleti, anche piloti con tale sindrome, che non va ad intaccare la professionalità nel svolgere il proprio lavoro.

Consapevoli che non esista “vizio” che non confini nella sua virtù, seppur in tutta la sua invadenza, la sindrome di Tourette può rivelarsi costruttiva.

I tic, da scoordinati e convulsi, riescono quasi magicamente ad essere ben orchestrati se esposti -per fare un esempio- alla musica o alla coordinazione di una bracciata in acqua. Molti tourettici infatti sono attratti dall’atletica, in quanto precisi e veloci in modo da spingere lo sfogo motorio liberatore del tic nel ritmo di una prestazione atletica. Situazioni simili si possono presentare, per esempio, anche quando suonano uno strumento: i loro movimenti convulsi e a scatti possono essere quindi sostituiti grazie ad un’ azione coordinata, da una sequenza fluida, senza che i tic compaiano. Ecco perché in genere chi ha questa sindrome svolge il proprio lavoro in maniera impeccabile.

La sindrome in discorso infatti, non ha impedito a numerose personalità di emergere e realizzarsi nella società. Tra i personaggi famosi che ne soffrivano o ne soffrono ricordiamo W. Amadeus Mozart, Tim Howard (portiere della nazionale di calcio USA), il calciatore Paul Gascoigne, il cantante Eminem ed alcuni famosi politici.

Come affermava François de La Rochefoucauld "certi difetti, se messi bene a frutto, brillano più della stessa virtù.".

Problemi: Gabbie che abilmente costruiamo

Esistono tanti disagi psicologici quanti se ne possono inventare.
Tuttavia ognuna di queste sofferenze ha una sua via d'uscita.
Infatti, così come siamo bravi a costruire le nostre "gabbie", altrettanto possiamo esserlo, trovando le nostre soluzioni ai problemi.
Nella maggioranza dei casi la "magica" trasformazione deve essere guidata da un esperto, ma talvolta si realizza anche in virtù di folgoranti illuminazioni e cambiamenti di prospettiva su di ciò che la vita ci propone, che per caso o per scelta introducono il cambiamento.
Parafrasando Freud "ognuno di noi, ha ricevuto il dono, o la condanna, di interpretare quotidianamente la sua "umana commedia", dibattendosi tra numerosi Inferni, Purgatori e Paradisi che le persone creano senza sosta".

I cinque assiomi della Comunicazione Umana

Gli assiomi della comunicazione furono elaborati dalla scuola di Palo Alto, da uno dei suoi massimi esponenti Paul Watzlawick che ha studiato a lungo la comunicazione, la sua influenza sulle persone e gli effetti che ha sul comportamento umano.

Essi indicano gli elementi che sono sempre presenti in una comunicazione, Vediamoli insieme:

 

 ·  1° assioma - È impossibile non comunicare

Qualsiasi scelta si faccia, dall’auto, l’abito, lo spot, anche il semplice guardarsi, implica una comunicazione con un altro soggetto.

· 2° assioma - I messaggi possiedono un aspetto di contenuto e uno di relazione

La complessità delle interazioni umane fa supporre che oltre al contenuto oggettivo del linguaggio, ovvero le informazioni che esso trasmette, vi sia anche un aspetto che definisce la relazione stessa dei soggetti interagenti. 

· 3° assioma - Il flusso comunicativo è espresso secondo la punteggiatura degli eventi

La punteggiatura dirige, dunque, il flusso comunicativo e le modalità di dargli significato.                    

Classico è l’esempio di chi ritiene d’essere antipatico agli altri. Queste persone considerano così reale tale punteggiatura degli eventi, che qualsiasi atteggiamento, azione o parola, diviene quello di una persona  antipatica, con il risultato di ottenere proprio quello che pensava: essere antipatico agli altri. 

·  4° assioma - Comunicazione analogica e digitale

Con il linguaggio digitale si veicolano gli aspetti di contenuto. Ciò che caratterizza questa modalità comunicativa è l’arbitrarietà e l’alto grado di convenzione tra le parole e ciò che rappresentano. L’unione, ad esempio, delle lettere a-l-b-e-r-o  riproducono nella nostra mente ciò che tutti sappiamo: un albero. Il fatto che la sequenza  rievochi un albero è il risultato di un accordo convenzionale. Con il linguaggio analogico si veicolano prevalentemente gli aspetti di relazione ed esiste un’esatta corrispondenza tra il significato ed il significante, connessi per analogia. Piangere dopo una brutta caduta, si suppone non essere una convenzione ma la manifestazione di una realtà sottostante (dolore).

· 5° assioma  - Le interazioni simmetriche e complementari

Le comunicazioni possono essere di tipo simmetrico, in cui i soggetti che comunicano sono sullo stesso piano (ad esempio due amici), e di tipo complementare, in cui i soggetti che comunicano non sono sullo stesso piano (ad esempio relazioni madre/figlio, dipendenti/superiori).

L’IMPERFEZIONE CHE CI RENDE LIBERI - da Photoshop al bosone di Higgs -

Nessuno è perfetto, lo sappiamo, ma abbiamo sempre avuto il vizio di esserlo. Invece, a sorpresa, oggi andare avanti significa accettare il tempo imperfetto in cui viviamo. Proprio mentre Photoshop è alla portata di tutti per dimagrirsi, schiarirsi ecc.., emerge un modello sociale che trova l’imperfezione quasi fastidiosa. Va ammesso che certi obiettivi sono impossibili, e forse dobbiamo riconoscere che la ricerca della “perfezione” è un po’ la ricerca dell’infelicità:  gli obiettivi irraggiungibili hanno da sempre provocato grandi dolori e insopportabili angosce. È un po’ come chiedere ad un essere umano di volare sbattendo le braccia, invece esistono infinite perfezioni.

Tuttavia con autorevoli sostegni, l’imperfezione è diventata un valore. Già Rita Levi Montalcini aveva scritto un elogio all’imperfezione, dimostrando che i grandi mutamenti, hanno alla base uno scarto, un’incompiutezza. Oggi invece, a ricordarlo è il fisico Guido Tonelli, che ha portato alla scoperta del bosone di Higgs, la cosidetta “particella di Dio”.

“Tutto è nato da un minuscolo difetto, la sottile imperfezione, l’anomalia capace di generare un intero universo e la sua evoluzione”. Come si può –afferma il fisico- parlare di perfezione quando l’universo è un gigantesco forno a microonde, e il cielo degli innamorati, e la pioggia di stelle di San Lorenzo non è realmente li?.

L'autenticità non è perfetta ma "rende liberi".

Felicità ed esistenza non convenzionale

C'è tanta gente infelice che tuttavia non prende l'iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l'animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l'avventura. La gioia di vivere deriva dall'incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell'avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso…

Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un'esistenza non convenzionale.

Christopher McCandless

Non mi sento sicuro/a

Molti sono i modi in cui si vorrebbe esser “sicuri”.

Uno consiste nel non muoversi fino a che non si ha una perfetta e completa conoscenza di tutti gli elementi in gioco. È la situazione tipica del chi pensa: "Non posso impegnarmi con questa persona finchè non la conosco davvero”, “Non posso accettare questa proposta di lavoro fino a che non ho sperimentato tutte le possibilità” ...e via dicendo.

Ne conseguono tentennamenti, inerzia e il continuo rimandare a domani ciò che andrebbe fatto subito: per evitare tale inconvenienti Charles Bukowsky affermava  : “La gente si aggrappa all'abitudine come ad uno scoglio, quando invece dovrebbe staccarsi e tuffarsi in mare. E vivere.”

Come bussare alle porte del successo

Vivere nel rimpianto di non aver fatto qualcosa è una sensazione paralizzante.

Frequentemente capita di pensare a come sarebbe la nostra vita se avessimo imboccato questa o quella strada.

In realtà sarebbe buona cosa non lasciare i nostri obiettivi in mano al fatalismo, ma decidere noi stessi cosa è meglio per la nostra vita dirottandola verso la nostra idea di successo.

"Per fare un buon lavoro non ci vuole un'intelligenza superiore ma tenacia. Bisogna capire che raggiungere i propri obiettivi è anche noia: bisogna esserci, aspettare, stare concentrati, guardare tutto con grande cura, ascoltare con attenzione e preoccuparsi sempre di cercare il senso di ciò che si vede.  E bussare, bussare continuamente alle porte. Forse un motto potrebbe essere così. "toc toc". E' questa la tenacia".

Fallimento o scoperta?

Chi di noi non ha mai fatto esperienza di seguire un obiettivo che poi non è stato raggiunto, o mostratosi diverso da quello previsto?. … Al punto da farci dire che abbiamo sbagliato tutto.

Nulla può esserci di conforto, se non la constatazione che a volte, ciò che appare un fallimento, lo è in virtù del fatto che ha aperto realtà impreviste e mai immaginate prima.

Bisogna saperle guardare.

In fondo se Cristoforo Colombo non avesse compiuto errori di navigazione non avrebbe scoperto l’America.

 

 

Ipnosi: tra mito e realtà

In virtù delle domande che mi vengono poste in merito all’ipnosi, mi rendo conto che persistono ancora idee fuorvianti sull’argomento.

Idee che sono pregne di false credenze alimentate da film, spettacoli, tv e romanzi che nulla hanno a che vendere con l’ argomento in oggetto.

La scienza non ha ancora definito in maniera univoca cosa sia l’ipnosi tuttavia è possibile darne una definizione a partire da cosa non è.

L’ipnosi non è un fenomeno paranormale, la persona ipnotizzata non risponde passivamente a ogni cosa le si dica di fare, tantè che è impossibile far fare a qualcuno un’ azione contraria dalla sua volontà e soprattutto è impossibile indurre uno stato di trance in poco tempo.

Fu lo straordinario ipnotista americano Milton Erickson a inventare l’ipnosi moderna, sulla base di un approccio originale alla risoluzione dei problemi umani; "una particolare comunicazione in virtù della quale si instaura una relazione col soggetto ipnotico che, per mezzo di tale relazione, predispone il soggetto ad essere responsivo ai suggerimenti dell’ipnotizzatore".

Erickson inoltre, adattava l’intervento sulla singola persona, in base al suo specifico problema, alle sue caratteristiche uniche e irripetibili e al suo personale modo di vedere la realtà. Un imperativo delle psicoterapie di matrice costruttivista.

L’ipnotista quindi non compie nessuna magia, ma offre l’opportunità di entrare maggiormente in contatto con le risorse dell’individuo fino a prima rimaste in ombra.

Per fare ciò è necessario avere alle spalle una lunga formazione e addestramento; quindi prestate attenzione alle reali competenze circa la professionalità dichiarata delle persone a cui vi rivolgete per risolvere i vostri problemi umani.

NON TROVO IL PARTNER GIUSTO PER ME

In effetti, non si trova la persona giusta: nessuno la trova. Si trovano persone momentaneamente giuste, e da li in poi si costruiscono relazioni giuste (che funzionano) o non giuste (che non funzionano).
La chiave, dunque, è rinunciare all'idea che il partner giusto "esista là fuori", e che il problema consista nel fatto che "non lo troviamo".
La vita di coppia va gestita sapendo in partenza che è necessario modularla, adattarsi, lottare, inventarsi, e persino faticare.
Considerando le cose da questa prospettiva (sicuramente meno hollywoodiana e poetica), aumenteranno le possibilità di vivere una vita di coppia migliore.
Insomma, il partner giusto non si trova; lo si costruisce.

Gli interventi sui piccoli atleti

Militando nel mondo dello sport, spesso mi vengono richieste consulenze da allenatori per la gestione di casi di bambini cosiddetti "difficili".
A tal proposito è sempre mia premura fare una precisazione.
Il rispetto che si deve a ogni essere umano va inteso al massimo nei confronti dei bambini: la loro mente è come una spugna, e assorbe con facilità prodigiosa tutto il bene e tutto il male che capita loro in sorte.
Nel mio modo di approcciare a queste situazioni, è mia consuetudine evitare di incontrare direttamente i bambini, preferendo invece trattare i loro genitori o educatori o allenatori.
Questo perché i problemi esistono sempre, prima di tutto, nel comportamento dei bambini in relazione a quello degli adulti, e quindi agendo sugli adulti si ottiene un effetto rilevante anche sui bambini, in maniera indiretta.
In secondo luogo, perché evitando di rendere coscienti i bambini dell'esistenza di un problema, si eviterà che crescano pensando di essere problematici